Rumori di fondo

Credo sia capitato a chiunque, almeno una volta nella vita, di trovarsi all’interno di uno spazio dedito al consumo (supermercato, bar, ristorante, negozio) e domandarsi il perché della musica in sottofondo. L’utilizzo che ne viene fatto non è assolutamente casuale: è dalla fine degli anni Trenta, infatti, che negli Stati Uniti prima e in Europa poi, gli analisti di mercato studiano gli effetti che la musica può avere sul consumatore. Le ultime ricerche in merito evidenziano quanto sia utile trasmettere un determinato genere musicale a seconda del luogo, al fine di invogliare gli avventori a spendere di più.

Tralasciando l’efficacia di queste teorie si potrebbe avanzare l’ipotesi che questi sottofondi abbiano l’obiettivo di cancellare il silenzio, condizione ideale alla base dell’introspezione e della solitudine. Come se lo scopo fosse quello di riempire gli ambienti non con le persone, ma simulando il brusio di una folla. È un po’ ciò che accade in quei locali notturni che, per sopperire alla mancanza di clienti, alzano al massimo il volume dei propri impianti, inibendo paradossalmente ogni forma di interazione verbale fra i pochi frequentatori presenti.

Ad ogni modo è innegabile che il piacere prodotto dall’ascolto di una musica non sia determinato esclusivamente dal valore estetico di quest’ultima, quanto dal rapporto consapevole fra l’uditore e l’oggetto musicale. Si sceglie di ascoltare una composizione musicale (così come si sceglie di leggere un libro o di osservare un’opera d’arte visiva) perché l’ascolto è una cosa seria, non una semplice forma di consumo en passant, e, benché si tenda erroneamente a pensare il contrario, richiede lo stesso impegno e dedizione di altre attività cognitive. Anche l’Adagio per Archi di Samuel Barber perderebbe tutta la sua bellezza se venisse filtrato dagli altoparlanti della Coop, non tanto perché risuonerebbe in un ambiente che con l’arte ha poco a che vedere, quanto perché si trasformerebbe in merce non necessaria, spazzatura sonora che si confonde fra i rumori e le cose. Nell’era contemporanea la musica è diventata purtroppo il simbolo dell’abbondanza neoliberista che sostituisce la qualità dei gesti consapevoli con la quantità superflua e avvilente.
Si dovrebbe esigere il silenzio. Semmai fosse ancora possibile. 

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